Il Papa, il viaggio in Iraq e S. Giuseppe (19 marzo) – Foglietto Parrocchiale

Benedetto sei tu, Signore, perchè ci offri motivi di gioia che penetrano il buio di cui a volte ci circondiamo. Soprattutto, la gioia di sapere che ci vuoi non giudicare ma amare, far rivivere, vedere camminare con te. Fà che anche noi, premurosamente come te, impariamo a guardare nel mistero della nostra esistenza più la luce che le tenebre.
Kyrie eleison!

Francesco e la logica del Vangelo – La forza debole che fa la storia

L’Iraq è un mosaico di religioni ed etnie, il cui destino è vivere insieme o combattersi. La sua complessità è stata sempre risolta con la forza o la brutalità del potere. Così è stato nella dittatura del sunnita Saddam Hussein, dal 1979 al 2003, persecutore della maggioranza sciita e sterminatore dei curdi nelle loro terre ancestrali.

Saddam ha vietato a Giovanni Paolo II il pellegrinaggio alla terra di Abramo, l’Iraq. Eppure papa Wojtyla aveva avversato le guerre americane e occidentali contro il dittatore, vedendole come pre-messa dello scontro di religione e civiltà tra mondo occidentale e islam.

Papa Francesco compie – l’ha detto – il viaggio del suo predecessore, perché il popolo iracheno non può aspettare. Ha aspettato la pace dalla liberazione occidentale e si è trovato con lo Stato in frantumi. Ha vissuto la violenza del sedicente Stato islamico di Daesh, dietro cui c’erano appoggi oscuri. Ha aspettato democrazia e sicurezza, ma si è trovato nell’anarchia.
Quante vite perse in due decenni di guerra, terrorismo e instabilità! Quanti rifugiati e quanti dolori!

Francesco ha risposto alle attese degli iracheni e delle irachene visitando il Paese, nonostante molti lo sconsigliassero. Non è un periodo in cui i leader fanno visite ufficiali. E l’Iraq non è sicuro. Il Papa, però, sentiva di dover visitare questa estrema periferia senza pace e una Chiesa di nuovi martiri oltre che di millenaria fedeltà al Vangelo. Tanti, ancor oggi, rischiano la vita in Iraq.

Raghed Ghanni, giovane prete caldeo che studiava a Roma, avrebbe potuto restare qui, ma tornò nella sua terra dove fu assassinato nel 2007: «Senza l’Eucarestia, i cristiani non possono vivere in Iraq», diceva. E la celebrò fino alla morte a Mosul per mano di terroristi islamici.
Il Papa ha preso le mosse dalla cattedrale siro-cattolica di Baghdad, dove sono stati uccisi 48 cristiani in un attacco terroristico nel 2010; e prega oggi a Mosul, l’ex capitale del califfato, dove i cristiani (almeno 6mila) furono scacciati e le chiese distrutte (assieme a edifici religiosi retti da musulmani resistenti al jihadismo). Nei martiri c’è un seme di vita per la Chiesa e per l’Iraq. Questa è la fede della Chiesa. E il Papa, infatti, non viene per una rivincita, né per accusare in blocco l’islam, come fa qualche cristiano d’Oriente e d’Occidente. Dal Vangelo scaturisce una cultura di pace: un vivere insieme liberante dalla logica dello scontro tra diversità, divenute tribalismi arroganti e violenti, troppo in auge in Iraq. E la convivenza è stata vissuta in Iraq in alcune stagioni storiche, seppur parzialmente. Qui, da millenni, c’erano gli ebrei: 120mila fino al 1948 e ancora duemila al tempo di Saddam (da lui vessati), mentre l’ultimo rabbino è morto nel 1996.

Poi gli yazidi (che ospitarono i cristiani perseguitati durante la prima guerra mondiale) a loro volta sterminati dal Daesh. I cristiani erano tanti: quasi un milione e mezzo alla vigilia della guerra del Golfo e ne restano meno di 300mila. Nonostante i 1.200 cristiani uccisi negli ultimi tempi, il patriarca caldeo Sako non ha sposato un atteggiamento vittimista, ma ha dichiarato: «Il mondo e la storia non si fermano con la tragedia che attualmente stiamo vivendo».

Francesco viene a confermare che i cristiani possono essere l’inizio di un futuro di pace.
Il rispetto e la simpatia con cui il Papa è stato accolto dal grande ayatollah al-Sistani, massima autorità sciita, mostrano come sia considerato un uomo di unità e di pace. Il dialogo in questa terra, dove la brutalità delle armi è fallita, è la vera forza che costruisce il futuro. Il viaggio del Papa in Iraq rivela anche a noi – abituati alla sua presenza, e magari attenti alle vicende del ‘Vaticano minore’ – il valore del suo ministero. Con la forza debole e umile del Vangelo si tocca e si cambia la storia del mondo.

La traccia di Francesco in Iraq mostra come l’irrilevanza e l’avarizia provinciale dei cristiani europei siano una scelta di poco coraggio. Invece – lo vediamo in questi giorni – un mondo, così smarrito, ha bisogno del Vangelo vissuto. Guardando Francesco, si sente che in Iraq si sta facendo la storia. Il Papa si è chiesto e ci ha chiesto nel deserto di Ur, dove non esistono muri: «Da dove può ricominciare allora il cammino della pace? Dalla rinuncia ad avere nemici». Ha poi proseguito con una serie di indicazioni, precedute da un solenne e impegnativo: « Sta a noi… ». I credenti di ogni religione e di ogni paese non possono restare inerti o irrilevanti, camminare per conto proprio, per-seguire i propri interessi, rassegnarsi al male. Lo « Sta a noi…» di Francesco a Ur risuona anche nelle nostre coscienze, nelle nostre città, nelle nostre Chiese. (Andrea Ricciardi)

19 marzo: Solennità di S. Giuseppe

Quello che abbiamo davanti, a causa dell’emergenza pandemica e della conseguente crisi economica e occupazionale, si annuncia un anno particolarmente difficile e nelle intenzioni del Papa e del decreto della Penitenzieria Apostolica c’è l’affidamento allo sposo di Maria per trovare “conforto e sollievo dalle gravi tribolazioni umane e sociali che oggi attanagliano il mondo contemporaneo”.

Nella Patris Corde, Francesco ha spiegato che sono stati proprio questi mesi di pandemia a spingerlo a rendere omaggio al capo della celeste Famiglia di Nazareth in quanto “uomo che passa inosservato” ma dalla “presenza quotidiana, discreta e nascosta” e dunque “un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà”. “San Giuseppe – ha scritto il pontefice – ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in seconda linea hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza” e per questo “a tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine”.

L’esempio dello sposo di Maria “ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza” e “ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca” perché “a volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande”.

Preghiamo con papa Francesco:
Salve, custode del Redentore,
e sposo della Vergine Maria.
A te Dio affidò suo Figlio;
in te Maria ripose la sua fiducia;
con te Cristo diventò uomo.
O Beato Giuseppe,
mostrati padre anche per noi,
e guidaci nel cammino della vita.
Ottienici grazia, misericordia e coraggio,
e difendici da ogni male.
Amen.